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Roma: il day after della Raggi e l’accoglienza in divisa

Posted on 15 giugno 2017 by bpm in Iniziative/mobilitAzioni

via-vanninaLunedì 12 giugno è stato il day after delle elezioni amministrative, che hanno visto un considerevole ridimensionamento del Movimento Cinque Stelle e una rinnovata polarizzazione dei (pochi) votanti sugli assi tradizionali centrosinistra – centrodestra. Lunedì 12 giugno è stato anche il giorno del secondo sgombero nel giro di pochi giorni di immobili occupati da decine di migranti in via Vannina, situata nel quadrante della Tiburtina e nel cuore dell’ex Tiburtina Valley, dove diversi stabili industriali vuoti sono divenuti il rifugio di tanti uomini, donne e bambini espulsi o sottrattisi volontariamente dal circuito dell’accoglienza. Queste due notizie, all’apparenza, non trovano connessione tra di loro. Eppure, il punto di sintesi tra questi eventi apparentemente distinti passa attraverso altri due momenti mediatici: la definizione degli sgomberi come “operazioni antiterrorismo” dalle colonne della stampa; le dichiarazioni di Virginia Raggi che, scrivendo al Prefetto Basilone, invoca la riduzione dei migranti sul territorio romano bollando l’apertura di nuove strutture di accoglienza come “pericolosa”, mentre Grillo sul proprio blog invoca la tolleranza zero contro rom, mendicanti e poveri urbani.

Lo sgombero di via Vannina del 12 giugno segue una prima operazione delle forze dell’ordine effettuata giovedì 8 giugno per svuotare una palazzina occupata da diverse decine di migranti che, pur di trovare un rifugio, vivevano in condizioni estremamente precarie da un punto di vista igienico e sanitario a due passi dalle finestre del IV Municipio, benché molti fossero in possesso da tempo di regolare permesso di soggiorno e persino aventi diritto alla protezione umanitaria. Stando alle stesse parole dei funzionari di polizia intervenuti sul posto, l’immobile lasciato a lungo vuoto dopo il fallimento dell’azienda che ne usava i locali, dopo vari passaggi di mano nelle banche, è stato venduto ad un nuovo proprietario che, evidentemente, ha richiesto il suo rapido svuotamento. Alle decine di persone (inclusi donne e bambini) rimaste senza casa non solo non è stata offerta alcuna soluzione, ma è persino stato impedito di ritirare i propri effetti personali.

Eppure, dalle colonne dei giornali, questo sgombero non è stato nemmeno descritto in questa già cinica, ma onesta veste. Sull’onda lunga della linea dura ed esasperatamente securitaria instaurata dal pacchetto Minniti nei confronti dei migranti, dalle colonne del Tempo, giornale dei costruttori e vicino agli ambienti della Questura, tale operazione viene dipinta come la testa di ponte di una nuova ondata di controlli antiterrorismo dentro le occupazioni abitative. Il presunto obiettivo di tali “controlli” e dei conseguenti sgomberi sarebbe perciò non lo svuotamento degli immobili per soddisfare le pressioni di proprietari e costruttori, ma bensì identificare elementi il cui profilo soggettivo potrebbe coincidere con quello dei cosiddetti «lupi solitari», identificati come migranti e socialmente marginali. Gli sgomberi dunque, da operazioni ordinarie in favore dei poteri forti diventano operazione straordinarie contro lo spauracchio del terrorismo. Un dispositivo retorico volto a giustificare atti di forza altrimenti difficilmente agibili per le ripercussioni sociali che andrebbero inevitabilmente a produrre, e che ha caratterizzato anche il successivo sgombero di lunedì 12 giugno dello stabile adiacente a quello precedentemente svuotato.

L’operazione, iniziata nelle prime ore del mattino, è stata svolta con estrema brutalità tramitevannina l’utilizzo di diversi blindati e idranti della Polizia di Stato. Nel corso dello sgombero, diverse persone sono rimaste contuse per le manganellate ricevute dai celerini, che hanno sbrigativamente buttato in strada uomini, donne e bambini scandendo minacce ed insulti nemmeno tanto velatamente razzisti. Alla faccia del controllo antiterrorismo, a chiunque offrisse spontaneamente di controllare i documenti pur di poter rimanere nello stabile, è stato risposto a brutto muso che l’identificazione non era lo scopo delle forze dell’ordine intervenute sul posto. E infatti, solo poche persone sono state tradotte al centro di identificazione di Tor Cervara per essere rilasciate poco dopo senza alcun addebito. Nel frattempo, zelanti e quanto mai rapide, le ruspe e i container di aziende private giungevano sul posto per eliminare i cumuli di rifiuti presenti, mentre alcuni solidali accorsi sul posto sono stati fotosegnalati ed, insieme ad altri, intimiditi dal getto di un idrante ripetutamente puntato contro chi ha portato solidarietà, e contro i migranti rimasti a presidiare quello che fino a poche ore prima, sebbene in condizioni estremamente precarie, consideravano la propria casa. Ciò che balza all’occhio, in questa operazione, è la totale assenza del soggetto politico che governa la città che, né in qualità di Comune e tantomeno di Municipio, si è affacciato in questi giorni a via Vannina né ha preso parola a riguardo, nonostante si sia prodotta ancora una volta la stessa situazione già vista nel 2015 a Ponte Mammolo e, più recentemente, durante i rastrellamenti dei presidi umanitari e spontanei dei migranti: un accampamento a cielo aperto di decine di uomini, donne e bambini senza alcun accesso a cibo, acqua, luce, e in condizioni igienico-sanitarie assolutamente insostenibili.

A dispetto di ogni retorica utilizzata dalla Questura, dunque, i dati di fatto e le testimonianze raccolte ci restituiscono un dato incontrovertibile. In via Vannina, l’unico obiettivo era svuotare e ripulire lo stabile il più rapidamente possibile, sfruttando la discrezionalità offerta dallo spauracchio dell’antiterrorismo per bypassare l’incomodo di coinvolgere le istituzioni locali per prendersi carico delle situazioni più critiche. D’altro canto, non sembra nemmeno che il Comune abbia alcuna intenzione di rivendicare un diverso protagonismo nella gestione dello spazio urbano. Infatti, a chiudere il cerchio e fugare ogni dubbio su quali siano gli orientamenti della Giunta Capitolina ci ha pensato Virginia Raggi che, dopo aver attribuito nuovi poteri speciali alla squadraccia speciale di vigili urbani dello spregiudicato Di Maggio coinvolta nella morte di Nian Maguette a Trastevere, nel day after elettorale si è spinta addirittura oltre, rendendo pubblica tramite il proprio profilo Facebook una lettera indirizzata una settimana fa al Prefetto Paola Basilone. In questa missiva viene definita pericolosa l’idea di organizzare nuove strutture di accoglienza, e al contempo, invoca la riduzione forzosa del numero dei migranti sul territorio romano. A darle manforte le dichiarazioni del leader dei Cinque Stelle Beppe Grillo che, dal proprio blog, ha rivendicato che “Roma cambia musica” e invocato il repulisti di rom, mendicanti e poveri urbani.

vannina1Da questo angolo della Tiburtina, pertanto, pare ormai evidente che sia in atto un cinico riposizionamento a destra del Movimento, soprattutto dopo il magro riscontro elettorale ottenuto nella tornata amministrativa. Laddove i già pochi elettori sembrano infatti ricollocarsi sugli assi tradizionali centrodestra-centrosinistra ed aver già “archiviato” la novità grillina a livello locale, i Cinque Stelle si attrezzano per affrontare l’ormai perenne campagna elettorale strizzando l’occhio a chi agita irresponsabilmente nei quartieri la guerra tra poveri, facendo concorrenza nei toni non solo alla destra, ma ad un Pd sempre più appiattito sulle posizioni securitarie ed istituzionalmente razziste dei pacchetti targati Minniti. Nel contempo, la Giunta Raggi abdica al proprio ruolo nel governo e accetta che i problemi sociali vengano gestiti esclusivamente come materia di ordine pubblico in una continua rincorsa alla ricerca del consenso sulla pelle di poveri, migranti e attivisti. Peraltro, in nome di quel mantra della legalità che puzza di beffa in assenza di qualsiasi parvenza di giustizia sociale e risposte alle diverse “emergenze” che esacerbano la vita quotidiana dei quartieri di Roma.

Di fronte a questo scenario, la risposta dei Movimenti non può che essere serrare le fila del dibattito e della solidarietà tra tutti quei soggetti che, a Roma, ancora credono che l’unica soluzione sia nell’autorganizzazione, e che non hanno alcuna intenzione di avallare meccanismi di complicità con chi quotidianamente si accanisce sui poveri e cancella i diritti. Per chi infatti vive e si mobilita ogni giorno dentro quartieri popolari, si riappropria del diritto alla città e si batte per respingere ogni tentativo di guerra tra poveri e infiltrazioni fasciste, è quanto mai chiaro che la sicurezza urbana e i diritti non possono essere merce di scambio di una campagna elettorale infinita, né tanto meno essere declinati come problemi di ordine pubblico e degrado da affrontare manu militari. Per noi, l’unica sicurezza possibile è quella garantita dai diritti e dalla dignità strappate dalle lotte.

Ci vediamo in città e nei quartieri!

Movimento per il Diritto all’Abitare

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